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1961 “Ali al vento” di Silverio Balloi

Siamo agli inizi degli anni sessanta, il periodo nel quale l’Aviazione dell’Esercito muove i suoi primi passi. Essendo nata, infatti, il 10 Maggio del 1961. 

Noi giovanissimi specialisti di aeroplani, appena brevettati su L-18C ed L-21B venimmo assegnati alle linee di volo. Per noi, non ci fu premio migliore! La conoscenza progressiva delle macchine, ci entusiasmava ogni volta che ci avvicinavamo a loro, per la quotidiana manutenzione;  per noi era motivo di orgoglio ed affettuosa appartenenza. Facevamo parte integrante della nuova Specialità appena nata. L’attività di voloera diventata molto freneticadopo il trasferimento dei reparti di voloda Monte dell’Oro di Bracciano alla sede di Viterbo. Ogni giornovolavano parecchi aeroplani. Si incominciava la mattina presto, per finire la sera tardiLe giornate di lavoro erano piene. Nel cuore avevamo quegli ideali, che hanno sempre forgiato gli uomini pieni di carattere e di sicuro affidamento. La retta serietà appresa tra i banchi delle aule didattiche, aveva creato in ognuno di noi, il senso fermo di probi specialisti, pronti per qualsiasi tipo d’impegno. Un addestramento duro, specifico e formato, capace e attentamente preparato. Non avevamo problemi, per qualsiasi difetto che l’aeroplano potesse presentare. Le migliaia di ore di volo effettuate in quegli anni, ne sono la riprova più evidente. Si possono verificare ancora oggi, consultando le statistiche storiche che risiedono presso gli archivi del nostro comando. 

L’affiatamento tra l’uomo e la macchina  aveva creato  una simbiosi che era facilmente riconoscibile; si vedeva lontano un miglio che eravamo una cosa sola! Ognuno di noi aveva in consegna un aeroplano. Ecco perché esisteva quell’unione, che l’espressione: “quello e il mio aereo,” pienamente giustificava. 

Si viveva, senza considerare alcun demerito, un po’ virtualmente, il possesso. Gli aeroplani, allora, non avevano l’immatricolazione militare bensì quella civile. Infatti il velivolo L18C, elegantemente esposto sul piazzale della caserma Chelotti di Viterbo, con la sigla EIMU, ne conferma l’evidenza. 

Tutta questa premessa, per introdurre un evento capitato in quegli anni che voglio raccontare, anche per far capire ancora meglio quell’aderente attaccamento alle nostre macchine, glislanci che richiamavano in ognuno di noi quel futuro da scoprire, che si stava presentando in punta di piedi e dal quale non ci saremmo mai più allontanati. Quell’anno 1961, verso il mese di dicembre, su Viterbo, soffiava il solito vento di tramontana. Era già da qualche giorno che spirava con una certa violenza, tanto che per camminare dovevamo stringerci gli uni contro gli altri per non cadere. I voli erano stati sospesi. Era un giovedì. Lo ricordo ancora come fosse oggi. La giornatalavorativa era finita come sempre. Solo che quel vento dava talmente fastidio, che avevamo difficoltà a stare in piedi. Per recarci al campo di volo e ritornare in caserma a piedi, si andava inquadrati. Ci comandava, cioè, un sottufficiale più anziano, responsabile del trasferimento quotidiano. Rammento che indossavamo le giacche a vento. Il bavero, pur piccolo che fosse, ci poteva offrire un po’ di riparo alle orecchie, ma le rigide regole militari, non consentivano l’alzata di quel colletto che, in qualche maniera, poteva mitigare il gelido vento. Era una vera sofferenza. Pazienza! La nostra giovane età erasempre una garanzia, anche per quelle terribili situazioni meteorologiche

Il circolo sottufficiali ci ospitava egregiamente bene. I freddi invernali, con quella confortevole accoglienza, riuscivamo a sopportarli senza problemi. In quelle serate la voglia di uscire in città, era poca. Meglio un bel riposo, perché l’indomani si doveva ritornare in linea di volo.

Verso l‘una di notte, quando stavamo completamente immersi nel mondo dei sogni, l’ufficiale di picchetto, presentatosi nelle nostre camerateaccese le luci e con tono perentorio ci svegliò di soprassalto

«Presto, presto, alzatevi, in fretta. Dovete andare al campo di volo a tenere le ali degli aeroplani!»

Ordini decisi e indiscutibili che nessuno di noi si permise di contestare

E aggiunse

«appena pronti, troverete il pullman presso la porta carraia, che vi accompagnerà al campo di volo». 

Eseguimmo immediatamente. Qualcuno, parlando sottovoce, si meravigliò nel sentire l’ufficiale dire che dovevamo andare a tenere le ali degli aeroplani. “Ma gli aerei non erano ancorati con le catene sotto le ali?”  Commentò uno di noi. In effetti era cosi. Solo che il vento era talmente impetuoso, che c’era il rischio di svergolamento delle ali. Insomma, tra una brusca sveglia, la corsa, la paura, la gravità della situazione, salimmo tutti sul pullman. In pochi minuti stavamo aggrappati alle ali degli aerei. Li salvammo tutti. Tranne uno: l’EIWE. 

Con nostro grande rammarico e dispiacere, trovammo quell’aeroplano con un’ala rovinata. Dopo aver trascorso tutta la notte, a tenere le ali degli aerei, il vento come per grazia impetrata, cessò. Avevamo protetto tutta la flotta. I complimenti del comandante, per la grande collaborazione, ci gratificò, anche se il sacrificio contribuì molto, per non dire che fu indispensabile e determinante. E nel cuore ci rimase la gioia di continuare a volare sui cieli azzurri, insieme ai piloti della nostra prestigiosa Aviazione.