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1964 In principio erano gli AB 47G

di Antioco Piras

E’ giovedì 5 marzo 1964, due esperti alpinisti polacchi, Jeyzy Kreiski di 34 anni di Varsavia e il suo compagno Riszard Rodziviski di 29 anni di Cracovia, tentano la scalata della cima Ovest delle Tre Cime di Lavaredo lungo la via chiamata “degli scoiattoli”. Dopo due bivacchi notturni avrebbero dovuto raggiungere la vetta sabato pomeriggio e ridiscendere la domenica lungo la più facile via “normale”. Non vedendoli arrivare, i colleghi delle Guide alpine li cercano e solo in serata trovano delle tracce e danno l’allarme. I soccorsi partono lunedì mattina e nel pomeriggio comunicano di aver sentito le grida di un alpinista e trovano il corpo dell’altro in un canalone.

Sull’ “Alto Adige” del 10 marzo si legge: “Mentre avveniva la segnalazione la nostra corrispondente da Cortina ci telefonava da Misurina. Ha chiesto a noi di intervenire, di cercare con la massima urgenza un elicottero (…) Abbiamo segnalato l’appello al comando del IV Corpo d’Armata (…) Poco dopo le 16:30 due elicotteri militari sono partiti dal campo di aviazione di S. Giacomo ed hanno raggiunto Fiammes”. Gli elicotteri sono due AB 47G3B del IV Reparto Elicotteri di Bolzano e a bordo vi sono il capitano Viscione, il sergente maggiore Palumbo, il maresciallo Piras ed il sergente De Gennaro. Da quanto risulta dagli articoli, gli elicotteri trasportano in due sortite uomini e materiali al rifugio Auronzo, ai piedi delle Tre Cime, ma il sopraggiungere della notte impedisce a tutti di procedere con il recupero dell’alpinista ferito. La mattina dopo, alle prime luci, tutto è pronto per iniziare il salvataggio.

Dall’ “Alto Adige” del 11 marzo: “Alle 7.30 lo avvistano, alle 8.15 lo raggiungono, lo rifocillano, segnalano al rifugio Auronzo che è ancora in vita, che le sue condizioni sono gravi, che bisogna trasportarlo in ospedale quanto prima. Frattanto i due elicotteri (uno pilotato dal capitano Viscione, con a bordo le guide Michieloli e Strober, l’altro pilotato dal maresciallo Piras, con a bordo la guida Franceschi e materiale di soccorso) effettuano una prima ricognizione. L’impresa non è facile e la perlustrazione si protrae, tanto che poco prima delle 9 gli elicotteri, scaricati uomini e provviste, debbono puntare su Dobbiaco per far rifornimento di carburante. Frattanto le guide in parete hanno predisposto la più straordinaria pista d’atterraggio che sia mai stata usata: una cengia della parete, a 70 metri dalla vetta. Qui hanno issato il ferito, hanno pulito la neve. Si tratta di giocare di precisione nelle condizioni più avverse: siamo a quota 2.973 metri, dove la densità dell’aria offre un appiglio ridotto alle pale degli elicotteri, e in più spira un vento fortissimo.

Il capitano Viscione e il maresciallo Piras, entrambi sullo stesso elicottero, decidono di provare: si avvicinano alla parete, guidati dalle segnalazioni fumogene di Igi Menardi. Quattro tentativi vanno a vuoto: al quinto il carrello si posa sulla cengia, senza riuscire neppure ad aderirvi del tutto. La coda ed il rotore sporgono nel vuoto, le pale, girando, sfiorano la roccia: con sangue freddo e perizia straordinari i due piloti proseguono nell’operazione, tenendo il motore avviato e l’elicottero aderente allo spiazzo solo per forza del motore stesso. In un turbinare di neve e ghiaccio le guide strisciano fino alla carlinga trasportando delicatamente il corpo del giovane polacco, che viene issato a bordo. Quindi il velivolo si stacca. E’ fatta: l’eccezionale intervento è durato esattamente 25 minuti, dalle 10.50 alle 11.15. Poco prima delle 11.30 l’elicottero atterra a Fiammes (…)”.

Da “Il Gazzettino” del 11 marzo: “Alle ore 10.30 sulla cengia è atterrato con una arditissima manovra, che torna ad onore delle doti tecniche ed umane del nostro Esercito un elicottero del IV Corpo d’Armata, pilotato dal capitano Benito Viscione e dal maresciallo Francesco Polas (evidentemente errato: Franco Piras) il quale ha provveduto al rapidissimo trasporto del ferito (…)”.

“Il Giorno” nella stessa data scrive: “(…) Successivamente un tratto di cengia, non più larga di alcuni metri, è stato febbrilmente sgomberato dalla neve e l’elicottero, comandato dal capitano Benito Viscione e con il secondo pilota maresciallo Francesco Pirras (anche questo evidentemente sbagliato!), mediante un’arditissima manovra, hanno accostato il muso del velivolo verso la roccia, mentre il fusto ed il timone di coda sporgevano paurosamente nel vuoto. Due “scoiattoli”, legati per evitare di essere sbalzati nel vuoto dal risucchio del rotore a pieno regime di giri, hanno trascinato il ferito fino alla cabina e, con l’aiuto del maresciallo, sono riusciti, fra il turbine di neve sollevata dalle pale, ad issarlo e trasportarlo all’aeroporto di Cortina e (…)”.

Gli articoli dei giornali riportano la notizia più o meno con le stessa enfasi ma alcune espressioni fanno sorridere a chi è del mestiere: “tenendo il motore avviato e l’elicottero aderente allo spiazzo solo per forza del motore stesso”. E’ interessante notare che certe espressioni evidenziano la scarsa confidenza con la terminologia tecnica relativa all’elicottero. E’ evidente come anche i giornalisti si trovassero in difficoltà nel descrivere una situazione per loro nuova non disponendo di conoscenze tecniche e non avendo familiarità con l’ambiente del volo.

E’ anche curioso notare come l’attivazione degli elicotteri sia partita da “la nostra corrispondente…”. Anche questo aspetto indica una certa “improvvisazione” o “inventiva” o “iniziativa”, come la vogliamo definire, che documenta proprio che ci troviamo per la prima volta di fronte a problematiche completamente nuove, non codificate, non conosciute, ma affrontate con buona volontà, umiltà, generosità e risolte efficacemente. Al giorno d’oggi siamo abituati a tutt’altra “catena di allertamento”…

Dall’ “Alto Adige” di sabato 14 marzo 1964: “(…) Gli Scoiattoli di Cortina dal canto loro hanno avuto espressione di alta e sincera ammirazione per l’opera del capitano Viscione e del maresciallo Piras e per il nostro giornale. Il sig. Ugo Pompanin presidente del soccorso alpino e Gigi Menardi hanno espresso la speranza che in considerazione della immensa utilità dimostrata dall’uso degli elicotteri per il salvataggio in montagna e della indiscutibile e coraggiosa bravura dei piloti del reparto elicotteri del IV Corpo d’Armata al comando del capitano Benito Viscione, questo primo incontro tra gli uomini del soccorso alpino ampezzano e gli eroici piloti del IV Corpo d’Armata sia l’inizio di una collaborazione futura in circostanze analoghe, purtroppo frequenti, nella nostra zona.”

In effetti i ritagli di giornale in mio possesso testimoniano che la collaborazione tra gli elicotteri dell’Esercito e i soccorritori alpini ebbe un seguito.

Dall’ “Alto Adige” del 24 settembre dello stesso anno: “(…) Ieri mattina allora sono giunti a Solda due elicotteri militari del IV Corpo d’Armata, pilotati rispettivamente dal maresciallo Piras e dal maresciallo Brescia, e verso le nove sono saliti fino al “Lombard”. Le condizioni atmosferiche, a detta delle guide che si trovavano sul posto, erano peggiori di quelle di martedì, tuttavia i due coraggiosi sottufficiali riuscivano ad atterrare, prima uno e poi l’altro, su uno spiazzo di pochi metri, sull’orlo di un seracco profondissimo.(…) Una decina di minuti dopo le salme potevano essere consegnate ai parenti che attendevano a Trafoi. (…)”.

Mi auguro vivamente che altri testimoni delle vicende narrate, o i loro figli o nipoti, possano aggiungere i loro ricordi e le loro sensazioni per ricostruire quell’atmosfera pionieristica in cui operavano i piloti e gli specialisti dell’Aviazione Leggera dell’Esercito mentre si gettavano le fondamenta di ciò che è ora la nostra quotidiana attività.