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1969 Una missione impegnativa

di Marino Zampiglia – Dal racconto di un componente l’equipaggio

La capacità operativa della SEUG costituita in Sardegna, fu messa immediatamente alla prova durante il sequestro dell’ingegnere Enzo Boschetti, avvenuto il primo settembre del 1969 e liberato dalle Forze dell’Ordine dopo 41 giorni di prigionia.

Durante i giorni del sequestro, il reparto fu messo in stato di allerta dal comando militare della Sardegna; in Abbasanta dove gli AB 205 sostavano per l’attività antibanditismo, fu costituita una “task force” la cui mobilità era assicurata dalla SEUG comandati dal ten. col. De Benedetti.

Dopo oltre un mese dal rapimento, ancora non si era trovata traccia alcuna del sequestrato e tanto meno, si era riusciti a stanare i rapitori. Le forze dell’ordine, brancolavano nel buio.

Durante la prima settimana di ottobre di quel 1969 però, qualcosa cambiò. Le riunioni tra polizia e carabinieri con noi della SEUG, si intensificarono a tal punto che lo stesso comandante De Benedetti, decise di stabilirsi in Abbasanta per seguire più da vicino l’evolversi della situazione. Nei giorni successivi, svolgemmo molti voli per Perdasdefogu dove sbarcammo un gran numero di Carabinieri. Un pomeriggio, dopo aver partecipato ad un briefing, il ten. col. De Benedetti, ci informò che la solita missione per Perdas, quel pomeriggio, sarebbe stata effettuata con due voli scaglionati nel tempo: il primo intorno alle ore 17.00 e l’altro verso le ore 18.30, quando ormai sarebbe stato buio. Nel primo elicottero, l’equipaggio era costituito dal capitano Elia, dal sergente Granato, e da me stesso. Il comandante della SEUG, faceva parte dell’equipaggio del secondo AB 205, quello che doveva decollare alle 18.30.

Alle 17.00 in punto, decollammo facendo rotta per Perdas. Dopo circa trenta minuti, proprio in vista della base dell’aeronautica, dalla sala operativa un ufficiale del comando militare della Sardegna, ci diede nuove disposizioni: da quel momento passavamo a disposizione del capo pattuglia dei carabinieri che era a bordo. Superata la base di Perdasdefogu, il maresciallo ci indicò uno piccolo spiazzo dove chiese all’equipaggio di atterrare e di rimanere in attesa di ulteriori disposizioni.

Tutto intorno era pieno di forze dell’ordine in tenuta da guerra. Cosa che ci fece supporre che stava per succedere qualche cosa di particolarmente importante.

A elicottero spento, finalmente, un capitano dei carabinieri, si avvicinò all’elicottero e ci spiegò cosa stava per accadere.

Era giunto il momento topico del sequestro dell’ingegner Enzo Boschetti, che da quaranta giorni era in mano ai sequestratori. Era imminente il pagamento del riscatto e la contestuale liberazione dell’ostaggio.

L’azione si sarebbe svolta alle prime luci dell’alba; pertanto noi, insieme agli elementi della task force, avremmo dovuto passare la notte in quel luogo. Di lì a poche ore, alcuni emissari si sarebbero incontrati con i sequestratori e avrebbero scambiato una borsa, contenente i soldi del riscatto, con il sequestrato.

Intanto le ombre della notte avvilupparono tutto e al buio il nostro elicottero, fermo dentro quella buca, sembrava un animale in trappola; lo guardavamo e ci guardavamo senza poter fare nulla; dovevamo solo aspettare. Verso una certa ora, ci portarono delle vivande che mangiammo con grande appetito. Ci colpì il fatto che tutto si svolgeva nel più assoluto silenzio, secondo un rituale ampiamente sperimentato.

In un angolo dello spiazzo, vedemmo appartarsi un gruppetto di persone, la maggior parte in tuta mimetica, due in abiti civili. Dopo una breve discussione, riguardante una borsa tenuta da uno dei due che vestiva l’abito civile, la riunione si sciolse e i due in abito civile si allontanarono con quattro militari del gruppetto in tuta mimetica. Rimasero con noi, il capo pattuglia arrivato con il nostro elicottero e il capitano che all’atterraggio ci aveva spiegato i termini dell’azione che di li a poco si sarebbe dovuta svolgere.

La notte trascorse abbastanza tranquilla; e anche se ci furono distribuiti dei sacchi a pelo, nessuno di noi riuscì a chiudere occhio sia per il freddo pungente sia per il continuo gracchiare delle radio che provocavano un gran “mirimovo” all’interno di quella piccola e ristretta base di fortuna. Lo stato di dormiveglia, non ci impedì di accorgerci che intorno alle quattro, come al suono di una “comune” sveglia, tutto il personale si destò e iniziò i preparativi per l’azione che, come era stato preannunciato, avrebbe dovuto svolgersi nelle prime ore del mattino. Intorno alle ore 07.00, il capo pattuglia, via radio, ricevette una comunicazione e corse verso di noi:.

«E’ ora, si parte.»

Immediatamente, il sibilo della turbina prima e il rumore delle pale poi, ruppero quel silenzio che durava ormai da troppo tempo; una squadra salì a bordo in attesa dell’ordine di decollo. Con le radio accese, sentimmo in frequenza la voce del ten. col. De Benedetti che a bordo dell’altro elicottero, colloquiava via radio con il comandante dell’operazione. Ad un ordine del capo pattuglia facemmo un decollo ripido: non potevamo fare altrimenti; sollevandoci di pochi metri sopra la vegetazione, ci accorgemmo immediatamente di una cosa che ci era sfuggita all’atterraggio della sera prima. Quel piccolo campo era contiguo a una carrareccia che, scendendo dalla montagna, dopo circa un chilometro di curve, confluiva su una strada asfaltata. Il capopattuglia ci fece immediatamente atterrare sulla quella strada bianca e fece saltare velocemente i sette carabinieri che, dopo una corsa di circa trenta metri, si piazzarono davanti al velivolo. Dai lati della strada, come per incanto, apparve un considerevole numero di carabinieri e poliziotti armati di tutto punto; alcuni rimasero nascosti dietro gli alberi, altri si appiattirono lungo le cunette della strada. Una macchina bianca apparve dalla curva a monte e si mise di traverso in mezzo alla strada nello stesso istante in cui il secondo elicottero picchiando velocemente e con un rumore assordante delle pale, passava, bassissimo, sopra l’automobile.

Successe il finimondo! Un’altra macchina, che a tutta velocità percorreva la carrareccia, si fermò con fatica davanti a quella che bloccava la strada; ne uscirono tre persone che si gettarono nella scarpata subito seguiti dalle forze dell’ordine.

Il capo pattuglia salì velocemente a bordo e ci fece decollare in direzione della scarpata che aveva inghiottito i tre malviventi; i militari, scendevano da tutte le parti lungo il costone della collina, inseguendo i tre che avevano un vantaggio di una cinquantina di metri.

A un ordine impartito in frequenza dall’altro elicottero, che circuitava in quota, altri carabinieri apparvero nella parte bassa che, come formichine, si mossero per bloccare la strada ai tre fuggiaschi, uno dei quali gettò lontano la borsa che la sera prima avevamo visto in mano all’uomo vestito in abiti civili. In meno che non si dica i tre furono agguantati, furono circondati da una cintura di militari e condotti nella sottostante strada asfaltata, dove ognuno fu spinto dentro una macchina dei carabinieri che, in veloce successione, oscillando paurosamente con le ruote che slittavano sull’asfalto, sparirono inghiottititi dall’accidentato territorio foghesino.

La borsa recuperata dalle Forze dell’Ordine fu restituita all’uomo in abiti civili. Noi, atterrammo sulla strada bianca, prendemmo a bordo l’uomo con la borsa e decollammo per Abbasanta. In interfono, il maresciallo capo pattuglia ci informò con soddisfazione il buon esito della missione: nella ormai famosa borsa, oltre ai soldi del riscatto, c’era una micro trasmittente che aveva permesso di individuare la posizione dei sequestratori, dopo aver scambiato la borsa con l’ingegner Boschetti, che in quello stesso momento era a bordo dell’elicottero pilotato dal ten. col. De Benedetti.

La storica missione e la sua favorevole conclusione, fecero epoca non solo tra le genti di Sardegna; la capacità operativa dell’Aviazione Leggera dell’Esercito oltrepassò i confini dell’Isola e diede enorme risonanza alla giovane specialità dell’Esercito italiano.