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1972 L’incidente

di Marco Scalas

Il pomeriggio del 12 gennaio di quel benedetto 1972 prima di lasciare il posto di lavoro, andai a consultare l’ordine di operazioni per il giorno dopo, tra le altre missioni ce n’era una che mi comandava con altri quattro per un trasferimento a Bergamo con ritorno nella stessa giornata. Cavolo, pensai, proprio domani che era prevista la giornata per l’addestramento sciistico. Non è possibile; ancora una giornata di addestramento al Pian Cavallo saltata! Infatti talvolta il monte Pian Cavallo veniva usato in concomitanza della costante presenza del velivolo di soccorso, come base di addestramento alla sopravvivenza e per l’addestramento con gli sci, di conseguenza si organizzavano rifugi improvvisati nella neve o altri sistemi di addiaccio per provare gli equipaggiamenti e le forze del personale, attività che io gradivo particolarmente. Tornai a casa rassegnato anche se un po’ seccato per la missione dell’indomani. Qualcuno, però, doveva avermi sentito poiché solo alcuni minuti dopo il mio arrivo a casa, un mio collega del REUG mi comunicava la variazione dell’ordine di operazioni. Il comandante a causa della particolare delicatezza della missione, aveva deciso la mia sostituzione con l’anziano Dagaro che di conseguenza, avrebbe preso il mio posto nell’equipaggio dell’indomani.

Seppi in seguito, che il Dagaro chiamato per la sostituzione mentre si apprestava ad andar via non la prese bene e si espresse con tanti “moccoli” ed altro irripetibile frasario mormorato sottovoce.

La mattina dopo, all’alba, passai per l’aeroporto a prendere l’equipaggiamento in quanto avevo di recente lasciato la camera per abitare fuori con il collega Pietro Inguì.

Ne approfittai per controllare come da consuetudine gli apparati radio, sostituendo la VHF dell’AB 204 che si apprestava a decollare per Orio al Serio senza di me.

Inoltre trovandoci con Carlo Trotta nei pressi della nostra vecchia cameretta, andammo a sfottere e sbeffeggiare i due nuovi occupanti Mian e Bennati che si apprestavano a partire anche loro con l’elicottero, mentre noi andavamo a “sciare”. Eravamo poco più che ventenni, li buttammo giù dal letto e scappammo via.

Un’ora dopo eravamo a Pian Cavallo, la giornata non era delle migliori anzi tendeva al nebbioso cosa abbastanza frequente per quella stagione.

Dopo qualche discesa e risalita con gli sci, passò sulle nostre teste un nostro elicottero a bassissima quota; non essendo programmate missioni in zona, ci domandammo cosa fosse accaduto e perché volasse da quelle parti.

Ci precipitammo doverosamente al punto d’incontro dove ci venne comunicata la drammatica notizia:

«E’ caduto il nostro 204 a Ospitaletto, vicino a Brescia. Sono morti in cinque!” Giuliani Dagaro Mian Bennati Manconi».

Per la prima volta provai questo nuovo tipo di dolore, mi colse una indescrivibile profonda disperazione, erano morti i miei amici ed uno in particolare, il Dagaro era andato al posto mio. “Un padre di famiglia! Perché lui e non io?” Pensavo insistentemente. Inoltre, non si conoscevano e tuttora non sono state chiarite le cause dell’incidente, si sa solo che il rotore staccandosi ha colpito la cabina affettandola e rovesciando l’elicottero che poi cadendo si è incendiato con i suoi poveri occupanti. Solo il Dagaro ha cercato di gettarsi poco prima che il velivolo impattasse con il suolo.

C’era da organizzare i funerali: fu un vero dramma, ad ognuno di noi giovani venne assegnata l’assistenza dei familiari dei defunti, ai quali dovemmo raccontare un sacco di bugie sulla dinamica dei fatti. Nessuno però aiutò noi. All’epoca, non si parlava ancora né di depressione né di assistenza psicologica.

Per molti mesi i miei pensieri ritornarono con un gran senso di colpa a quel giorno maledetto Rivedevo attimo per attimo il divenire di quei momenti e di quelle azioni che inspiegabilmente, portarono a quella tremenda tragedia. Pur impegnato nello studio e nel lavoro, che occupavano tutte le mie giornate, ogni azione e ogni luogo, mi ricordavano quei poveri amici che mi avevano lasciato. Tuttora porto una tremenda cicatrice nel cuore.

Molti anni dopo, nel mese di settembre 2009, in occasione del 16° raduno nazionale dell’ANAE svolto a Casarsa della Delizia decisi di ritornare in quei luoghi per me indimenticabili con il proposito di incontrare i figli del caro Dagaro che avevo lasciato bambini.

Partito all’alba da Cagliari con il presidente Zampiglia e diversi altri soci della sezione Agostino Sanna, arrivammo a Casarsa giusto in tempo per partecipare all’assembla generale dei soci. Quei luoghi stimolavano la mia mente ad immergersi nei ricordi della spensierata gioventù e delle dolorose ferite ad essa legate ma il destino decise di giocare ancora con me.

Mi arrivò la notizia del decesso del mio anziano padre che impose l’immediato rientro in Sardegna, impedendomi di portare a termine il proposito.