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1992 Sotto il cielo di Somalia

di Brizio Stampete

Nessuno immagina che si potrebbe trovare un giorno con una donna morta tra le braccia.

Quella era la mattina di un giorno speciale: mio figlio compiva sei anni. Nel mio cuore si agitavano sentimenti diversi, ma due dominavano su tutti: una tenerezza infinita verso la mia famiglia e l’angoscia per le migliaia di chilometri che ci separavano. Quella mattina di sole africano, nell’aeroporto di Mogadiscio, ero di turno per il pronto intervento medico aereo, responsabile di un equipaggio formato da due piloti, un meccanico, un medico militare, un’infermiera e naturalmente un elicottero.

Ci ritrovammo per fare i controlli di routine, verificare la strumentazione medica e le armi istallate a bordo. Il mio co-pilota, Luca, era un novellino appena arrivato in Somalia. Con l’euforia dei suoi vent’anni, voleva a tutti i costi mostrare le sue capacità, offrendosi di fare i lavori di controllo più gravosi.

“Incorreggibili ma meravigliosi questi ragazzi!”, pensai guardando i suoi occhi in cui erano evidenti i segni di una notte insonne.

Il giorno trascorse tranquillo fino alle tre del pomeriggio, quando arrivò l’ordine di decollare per trasportare una donna somala da Giohar, duecento chilometri a nord di Mogadiscio, fino all’ospedale dell’aeroporto. Si era trovata in mezzo ad una sparatoria tra etnie diverse e aveva riportato varie ferite da arma da fuoco. L’informazione e la richiesta di soccorso medico erano arrivate da un’unità americana distaccata in quella zona. Io ero stato molte volte in quel villaggio, conoscevo i pericoli per arrivarci e anche i conflitti locali che spesso sfociavano in tragedia.

“Luca, accendi i motori, io vado a ritirare i codici di autorizzazione. Quando torno dobbiamo decollare immediatamente!”

Dopo un poco eravamo in volo. Il protocollo imponeva di provare le armi nella striscia di mare che lambiva l’aeroporto, usando come bersaglio le tipiche tracce della presenza occidentale: bottiglie e sacchetti di plastica di vari colori. Poi provai quella sensazione di sicurezza e potere che sempre mi dava il volo.

Sorvolando la periferia della città passammo sopra il mercato, ancora stipato di gente affaccendata in mille cose, i venditori con le loro armi da fuoco accanto, salvacondotto per la loro mercanzia e per arrivare vivi al giorno seguente.

Procedendo verso l’interno, il panorama e i colori cambiarono poco a poco. Allontanandoci dalla costa si passava dal verde intenso della vegetazione rigogliosa, al rosso dell’altopiano somalo fino ad arrivare al giallo del deserto. Io guardavo Luca nei momenti in cui era lui ai comandi dell’elicottero. Era teso e aveva sempre il dito sul pulsante del meccanismo di sparo. Questo mi faceva riflettere sull’etichetta che l’opinione pubblica occidentale aveva messo sul nostro lavoro: missione umanitaria e di pace. Per me, il fatto di compiere missioni di evacuazione medica con elicotteri armati, e di vedere il medico e l’infermiera armati di pistola, mi sembravano un’incoerenza insopportabile. Ma si deve accettare la realtà per quello che è.

Il fiume Shabelle interruppe le mie riflessioni. Eravamo vicini alla destinazione della missione medico- umanitaria. Un soldato americano ci segnalò il punto d’atterraggio proprio a trecento metri dalle case del villaggio. Una volta a terra: e spenti i motori, dissi a Luca di rimanere nell’elicottero con il meccanico e con un paio di soldati americani. Io andai con il dottore e l’infermiera verso la casa che ci indicavano.

Lì trovammo la donna, circondata dai suoi parenti, in un silenzio glaciale. Nessuno piangeva, la guardavano immobili, muti. Nelle quasi quattro ore successive alla sparatoria, le avevano solo lavato le ferite con alcool, senza poter estrarre i proiettili. Aveva la febbre e il suo corpo deperito tremava. Il volto era bello come quello della sua gente e gli occhi grandi e neri avevano qualcosa di nobile e orgoglioso.

Il medico mi disse che la situazione era molto critica e che temeva per la sua vita, per possibili lesioni interne. Era sicuro che non sarebbe riuscita ad arrivare in tempo a Mogadiscio perché le ferite si erano infettate e la denutrizione aveva abbassato le sue difese immunitarie.

L’unica cosa che si poteva fare era cercare di estrarre i tre proiettili che aveva in corpo e somministrarle una forte dose di antibiotico. Cominciò ad operare con l’aiuto dell’infermiera. Io li aiutavo sorreggendo la povera vittima per le spalle per evitare che le contrazioni causate dal dolore potessero complicare il lavoro di estrazione.

Sentii le sue mani stringere le mie, quasi cercando di afferrare la salvezza che si allontanava da lei. Di colpo quelle mani si aprirono, gli occhi si chiusero e la vita la lasciò. Rimasi pietrificato, non avevo mai visto la morte così da vicino, mi si formò un groppo in gola che mi soffocava. Non avevamo più nulla da fare. Tornammo in silenzio verso l’elicottero e, senza dare spiegazioni ai presenti, decollammo per ritornare a Mogadiscio. Non avevo voglia di parlare, né di pensare. Contemplai il tramonto che stava mettendo fine a quel giorno che avrebbe dovuto essere speciale. Anche il sole sembrava stanco della follia umana. Nello spazio di cinque minuti scomparve oltre la linea dell’orizzonte.

Si ringrazia la signora Dolores, vedova del compianto Brizio Stampete che ha acconsentito, con entusiasmo, a rendere pubblico questo articolo, in onore del marito e Claudio Gasperini, amico e compagno di corso di Brizio che ha tenuto i contatti tra la signora Dolores e la redazione