1993 Somalia: ricordi di una missione

di Giuseppe Girardi

Nella breve attesa prima dell’accensione del personal computer, il mio sguardo si posa sul muro di fronte a me. Attraverso il vetro di un quadretto, sopra l’effige raffigurante la bandiera delle Nazioni Unite, leggo alcune parole in inglese: “On behalf of the United Nations Organizations in Somalia I have the honour…” e sotto, incise su un piccolo biglietto da visita: “Sono particolarmente lieto, di unire a questo prestigioso attestato ONU, il mio più sentito ed affettuoso “grazie” firmato generale Bruno Loi”.

Un attimo dopo il mio sguardo si sofferma su una foto che mi ritrae insieme ad alcuni baschi azzurri sorridenti, davanti ad alcune tende, poste su una collina di sabbia bianca, alle cui spalle si intravede il piedistallo del pennone della bandiera. Per un attimo mi pare di risentire il vento che soffia senza sosta, siamo uno accanto all’altro, tutti fieri di essere lì.

Tutto iniziò quando, lasciandomi alle spalle la mia giovane sposa in lacrime, nel piazzale del 1° reggimento AVES “Antares” di Viterbo, i motori assordanti del Boeing 747 della compagnia aerea americana Tower air si spensero, dopo circa tredici ore di volo, sulla pista dell’aeroporto civile di Mogadiscio, in Somalia. Le lancette del mio orologio segnavano le ore 08:30 del mattino del 2 gennaio 1993.

Affiora nella memoria il ricordo del momento in cui si aprì il portellone anteriore. Uscendo dall’aereo, fui investito da un vento caldo di scirocco e da un intenso bagliore.

Il sole era già alto, ma il suo colore aveva una tonalità rosata. Indossai subito gli occhiali desertici, posti nel taschino della giubba. Sceso dall’aereo, con i miei compagni di viaggio e lo zaino in spalla, sentimmo l’urlo di un militare americano che ad alta voce indicava la direzione di un hangar. Pochi minuti dopo ci raggiunse una Jeep coperta da una nuvola di sabbia, con a bordo tre baschi azzurri.

Riconobbi subito alla guida il capitano Pasquale Francavilla, con a fianco, il cap. Giuseppe Fiorenza e alle loro spalle il maresciallo maggiore Antonio Truppo.

Facevano parte del primo gruppo partito a Natale, ci eravamo scambiati gli auguri durante i venti giorni di amalgama, al 1° rgt. Antares di Viterbo.

Fu molto emozionante rivederli dopo un viaggio così lungo, ci salutammo calorosamente e arrivate le nostre valige partimmo verso il nostro campo.

Già, il nostro campo.

Nell’aeroporto di Mogadiscio, dopo un giro esterno della pista di atterraggio di circa una decina di minuti, arrivammo a ridosso di una collina che si affacciava sull’oceano Indiano, alla cui base erano posizionate una serie di tende di varie nazionalità partecipanti all’operazione Restore Hope (americani, francesi, tedeschi, turchi, spagnoli, norvegesi).

Il cap. Francavilla indicò con il dito la sommità della collina: “Lassù c’è il nostro campo. In attesa di montare le tende, alloggeremo in quelle allestite dal contingente Turco, per un massimo di due settimane”.

Così iniziò la mia avventura in terra somala.

D’incanto mi affiorano nella mente alcuni flash. Momenti di quella esperienza vissuta così lontani dalla madre Patria, con i superiori, i colleghi, gli amici, i fratelli d’armi tra i quali il maresciallo Massimo Gatti che perdeva successivamente la vita in un incidente di volo il 6 agosto 1997 in Libano, insieme ai capitani Sgrò e Parisi ed all’appuntato dei CC Forner. Riaffiorano le difficoltà dei primi giorni e di quelli seguenti, per allestire in tempi brevi il campo base e organizzare l’attività logistica per circa 120 uomini. Lo sbarco dei nostri elicotteri dalla nave, rimasta in rada fuori dal porto di Mogadiscio.

Molti uomini ebbero modo di dimostrare il loro valore. Tra questi il compianto maresciallo maggiore Antonio Truppo, che riuscì a suscitare, con le sue doti umane e professionali, una profonda stima e ammirazione da parte dell’ufficiale americano, preposto alle operazioni portuali, permettendo l’apertura di una corsia preferenziale alla nave per far sì che attraccasse in porto in netto anticipo rispetto ai normali tempi di sdoganamento.

Tale insperato anticipo, consentì ai nostri piloti e specialisti di levarsi in volo e schierare i CH-47, gli A-129 Mangusta e gli AB-205, nella striscia di volo all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, destando stupore e ammirazione da parte dell’allora comandante della missione italiana, Generale Rossi, nel momento in cui, il nostro comandante, ten. col. Giovanni Schirru, gli comunicò via telefono: “Generale, noi dell’AVES siamo pronti!”.

A distanza di quindici anni, rivivono in me, e credo in tutti i colleghi che come me hanno avuto l’onore di partecipare a quella missione, in un paese così lontano, quei momenti fatti di lavoro intenso, sacrificio e passione per mettere in piena efficienza sia gli elicotteri sia il supporto logistico: Installazione di container magazzino, montaggio delle tende e realizzazione di buche e solchi nella sabbia, per i servizi igienici.

Ricordo le molteplici missioni, senza limitazione di orari, via terra e via aerea a Balad, e Jalalassi, per proteggere i convogli che trasportavano l’acqua e le derrate alimentari, destinati alle popolazioni somale. Il sorriso nel volto dei bambini per una manciata di farina o per una bottiglia d’acqua e la riconoscenza di un anziano, con il semplice gesto della mano sul cuore, per ringraziarci.

Ricordo la felicità provata da tutti noi nella posa dell’ultima tavola di legno della mitica “Mensa Italiana” e di “Piazza Italia”, grazie all’opera del nostro “architetto” m.llo magg. Mauro Marinelli e dei suoi più stretti collaboratori: sergenti maggiori Mauro Isidori e Vincenzo Corte, con il contributo di tutti noi. I brevi periodi di pausa pranzo, tanto apprezzati dai partner delle altre nazioni partecipanti, ma, soprattutto, dagli equipaggi della nostra compagnia di bandiera l’Alitalia.

Infine, ricordo l’orgoglio provato nel veder ripartire in volo un Galaxy americano, dopo un intervento di riparazione sulla carlinga, impossibile per gli americani, ma non per i nostri specialisti che con l’ausilio di un tecnico dell’Agusta, effettuando “un vero e proprio miracolo” nella notte somala.

Questa è oggi la mia testimonianza. La forza della passione, l’amore della nostra specialità, l’appartenenza ad una élite, i Baschi Azzurri dell’AVES, tante volte enunciata nelle parole dei nostri anziani “istruttori di volo e di officina”, ma allora non del tutto compresa da noi giovani che ci affacciavamo diciassettenni, quasi impauriti, ma orgogliosi di essere lì, tra i banchi, predisposti negli hangar della mitica “Sezione M.A.M”, per apprendere i primi rudimenti del volo.

Quella forza si è manifestata in Somalia.

Ci ha uniti e ha permesso di distinguerci, soprattutto nei momenti più difficili. In Somalia abbiamo compreso l’orgoglio dell’appartenenza alla nostra specialità.