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1993 Sulla cima del Monte Bianco con 400 cavalli

di Federico Vallauri

Da quando sono in uso le macchine fotografiche digitali, e la pellicola è diventata un lontano ricordo, ci ritroviamo tutti quintali di fotografie sul nostro computer di casa. Foto belle e brutte, nitide o sfuocate, ricordi preziosi e inutili scatti che non sanno di nulla. Diciamo sempre che prima o poi ci metteremo con pazienza a selezionarle, elimineremo gli scatti che non ci soddisfano e terremo solo quelle che vale la pena conservare. Poi, inevitabilmente… teniamo tutto, riempiendo progressivamente lo spazio degli hard disk come se fosse un pozzo senza fondo.

Credo però che nel mare di tutte quelle foto, ognuno di noi ne avrà sicuramente qualcuna che giudica di particolare valore, sia per una loro bellezza intrinseca, o perché costituiscono ricordo di un momento particolare, forse unico, della nostra vita, o perché ritraggono persone o cose a cui ci sentiamo particolarmente affezionati.

Oggi voglio parlare di una di queste foto. Uno scatto che mi pare riunire in sé tutte quelle qualità che ho appena citato cui si aggiunge il ricordo documentato di un volo veramente unico nel suo genere.

Si tratta della foto che ho scattato nel lontano 1993, quando sono atterrato con il 206 sulla cima del Monte Bianco. Uno scatto unico, di quelli che se ti vengono bene, con giusto tempo, diaframma e inquadratura, è solo grazie a un colpo di fortuna, e siccome era stato fatto quando ancora era in uso la pellicola, il risultato non si poteva controllare sul momento su un display, ma lo si poteva vedere solo dopo giorni, una volta sviluppato il negativo e stampato su carta.

Quindi voglio raccontarvi come sono arrivato fin lassù a scattarla, perché andarci con il 206 non è cosa di tutti i giorni.

Io, con la cima del Monte Bianco ho un legame di antica data. L’atterraggio con il 205 sul Monte Bianco era, ai tempi di Pollein, prassi addestrativa normale, ma il 205 ha 1100 cavalli, e, con il 206, è tutta un’altra storia.

Dopo Aosta, la vita militare mi aveva trasferito per due anni su altre montagne, però a piedi, a comandare il btg. “Saluzzo” con il cappello alpino sulla testa. Poi mi ha portato a indossare di nuovo il basco azzurro, un po’ più a sud, a Viterbo, per altri due anni, a comandare l’11° “Ercole” e quindi a volare con il Chinook (altra gran bella macchina, praticamente un altro mondo) e, successivamente, preoccupata che magari mi potessi montare la testa, mi ha spedito nella pianura più piatta, a Vercelli, tra le risaie, a comandare il 23° “Eridano”, dove si volava con il 206, con i suoi miseri (si fa per dire) 400 cavalli scarsi.

Ma cosa poteva desiderare un alpino-pilota finito tra le risaie e con la nostalgia delle cime?

Ma certo, tornare sul Monte Bianco, e con il 206!

Non che la cosa sia poi così facile, ma il manuale diceva che, pur se al limite, con condizioni meteo favorevoli e con le dovute attenzioni, si poteva provare. L’importante, dico io, è avere esperienza di volo in alta montagna, scegliere la giornata giusta, sentirsi bene l’elicottero sotto il sedere (penso che renda l’idea) e conoscere e rispettare “Sua Maestà il Tetto d’Europa”, pronti anche mentalmente all’eventuale rinuncia in caso di necessità.

Era la fine del ‘93 e si avvicinava a grandi passi il 31 dicembre, data in cui, per il glorioso 23° Eridano di Vercelli, era prevista la “chiusura di baracca e burattini”. Stavo già pensando al discorso che avrei pronunciato davanti al Reparto schierato, il fatidico giorno in cui la bandiera sarebbe stata ammainata per l’ultima volta.

Dicembre, con le festività incombenti, scivolava via a grandi passi e la decisione non era più rimandabile. Il Bianco, lo sapevo, era sempre lì, e mi aspettava.

Così ci sono andato e adesso vi racconto come ho fatto.

Prima di tutto scegliere il giorno giusto. Cosa volete farci, io sono un ottimista: sì, insomma, provate a immaginare: uno che crede di poter fissare una data e sente nel cuore che quel giorno a Vercelli, anche se in pieno inverno, non ci sarà nebbia, in montagna il tempo sarà buono, la temperatura sufficientemente bassa, assenza di forti turbolenze e vento teso almeno di una quindicina di nodi, e inoltre la cima del Bianco dovrà essere modellata dagli agenti atmosferici in modo da presentarsi come una cresta non proprio affilata, diciamo che mi sarebbe sufficiente uno spazio di dimensioni minime, giusto per poterci appoggiare i pattini del 206. Mi accontento di poco, no?

Non ci credereste ma il 27 dicembre, quattro giorni prima della chiusura definitiva del Reparto, a Vercelli è una giornata splendida. Quando mi alzo la mattina e vado in cucina, vedo tutta la cerchia delle Alpi bianche di una recente nevicata. Alle nove due elicotteri sono pronti sul piazzale. Accanto a me siede il ten. Rossi, sull’altro c’è un altro pilota esperto, il serg. magg. Blengino con un secondo di cui purtroppo ora non rammento il nome, e decolliamo.

Salendo verso la Val d’Aosta guardo l’imponente massiccio del Rosa e mi pare che nella parte più orientale, sulla cresta, verso la Capanna Margherita, si veda a tratti qualche sbuffo di neve sollevata dal vento. Si, il vento sicuramente ci sarà: d’altronde è un aiuto di cui avrò bisogno al momento dell’hovering “on top” a causa della scarsa potenza disponibile. Spero solo che non ci sia troppa turbolenza. Lasciamo alla sinistra il Gran Paradiso, la Tersiva e la Grivola: il Bianco si erge lì, davanti a noi in tutta la sua maestosa imponenza.

A 10.000 piedi il vento pare teso da nord, però fortunatamente non c’è turbolenza, quindi avanti senza paura.

Il panorama è di quelli che tolgono il fiato. L’occhio spazia dalle Marittime alle Cozie, con la caratteristica piramide del M. Viso, per salire fino ai colossi valdostani che ci circondano e volgere poi, verso est, sui monti innevati fino oltre la zona dei laghi della Lombardia.

Lui, il Bianco, è sempre lì, davanti a noi. Sembrerebbe quasi di essere già alla sua altezza, ma più la nostra quota aumenta più lui diventa alto. Alla fine la smette e a 16.000 piedi siamo ormai in prossimità della cima.

Dico a Rossi di provare un primo, timido, rispettoso, guardingo avvicinamento di prova secondo i sacri canoni, tanto per vedere come intende accoglierci. Ci presentiamo a quota di sicurezza, con vento frontale teso, e abbastanza sostenuto. La cresta si presenta quasi perpendicolare. Impostiamo il finale con giusto rateo di discesa, velocità indicata 40 nodi e moderata turbolenza: con mano delicata sui comandi proseguiamo l’avvicinamento, pronti a vedere cosa succede.

Quando siamo più vicini, vedo la neve sollevata in mulinelli circolari sotto di noi, sul versante sottovento della cresta: penso tra di me che con queste condizioni, entreremo presto nella zona perturbata, e allora ne vedremo delle belle, il che significa che come minimo, una volta avvicinata la zona d’influsso del costone, verremo sicuramente respinti in alto e scrollati ben bene. Infatti, d’improvviso, è come una mano gigantesca che afferra l’elicottero e lo spinge via sbatacchiandolo senza tanti complimenti.

Niente da fare, non è certo così che oggi riusciremo ad avvicinare il gigante. L’avvicinamento standard, con vento frontale, che con tanta pazienza mi avevano insegnato al corso piloti, oggi serve a poco e non permette di atterrare sul Bianco.

Blengino, sull’altro elicottero gira intorno tenendomi d’occhio, per opportuna sicurezza.

Ma non sono certo venuto fin qui per farmi rimandare a casa dopo il primo tentativo, e poi bisogna capirlo, grande e grosso com’è non può certo permettere a un piccolo moscerino di avvicinarlo troppo facilmente, ne andrebbe della sua reputazione. D’altra parte c’è ancora una diversa possibilità, un modo di avvicinare la cima che può sembrare un po’ strano, ma che i piloti di montagna e (e anche quelli di volo a vela) sicuramente conoscono. Prendo i comandi e provo.

Siccome la direzione di provenienza del vento, da nord, è angolata di una ventina di gradi a destra rispetto alla cresta, si tratta di arrivare al punto di atterraggio impostando un finale in salita parallelo alla cresta stessa e dal lato sopravvento, lasciandosi portare verso l’alto dalla corrente che risale il costone, cercando di rimanere nella zona non perturbata, dove i filetti fluidi scorrono in modo laminare, raggiungere la cresta dal basso solo all’ultimo momento, nel punto esatto in cui si deve atterrare, intervenendo poi con un’ultima correzione di pedale per allineare la prua di una ventina di gradi a destra, e posare i pattini esattamente nel letto del vento.

L’avvicinamento di prova dimostra che si può fare. Mi presento sopravvento, con prua parallela alla cresta e un poco più in basso: l’elicottero sale liscio con torsiometro a metà campo verde e temperatura dei gas sotto i 600. Mi lascio portare in alto dal vento, con una moderata deriva a sinistra, verso il punto d’atterraggio che tengo d’occhio sopra di me.

Chissà cosa direbbe il mio istruttore della scuola di volo di Viterbo di questo avvicinamento da sotto in su. Ma non è poi una cosa così straordinaria: anche le rondini, se ci avete fatto caso, fanno spesso così per andare a fermarsi sui fili.

La prima volta che raggiungo la cresta, il vento s’impadronisce di nuovo dell’elicottero, lo scuote ben bene e mi porta via: sono arrivato troppo alto. La seconda va meglio, mi fermo a una trentina di centimetri sopra la cresta, riesco a tenere un attimo l’hovering e mi dico che questa volta ci siamo, ma una botta improvvisa di turbolenza mi sposta la coda e consiglia di non insistere, la terza volta è quella buona: non mi faccio più fregare dal vento, arrivo giusto sul posto che ho visto prima, dove i pattini possono poggiare quasi in piano, e, mentre sposto la prua nel letto del vento, vado diretto al suolo dove l’elicottero si posa saldamente.

E’ fatta!

Dico a Rossi che tenga i comandi perché scenderò a fare una foto: è un avvenimento che deve rimanere documentato.

L’anemometro da indicazioni variabili tra i 15 e i 18 nodi ma l’elicottero è ben appoggiato al suolo con la prua nel vento. La temperatura esterna è di 28 gradi sotto zero e scendo un attimo con la macchina fotografica.

Intorno a me l’immenso e, davanti agli occhi, quel piccolo moscerino metallico che vibra nel vento, appollaiato sull’orlo di un baratro senza fine. In lontananza il Cervino e il Rosa sembrano volersi arrampicare verso il cielo, fino alla nostra altezza, ma sono pur sempre sotto di noi.

Siamo sul tetto d’Europa.

Quello che sento nel cuore non è cosa che queste povere parole possano esprimere.

Bene. La macchina può riprendere la via di casa: giusto collettivo per staccare i pattini, ma con quel vento in prua non è gran problema, e poi giù decisi nel vuoto a riprendere la velocità idonea nel più breve tempo possibile e allontanarsi velocemente.

Quattro giorni dopo, osservo con un po’ di malinconia la bandiera, che, dopo il mio discorso finale, scende per l’ultima volta dal suo pennone di fronte al reparto schierato. Guardo lo stemma del gruppo, che raffigura l’airone cinerino delle risaie, sulle tute di volo degli uomini allineati di fronte a me e sugli elicotteri,

C’è anche l’EI-649, e mi pare che l’airone sulla sua coda racchiuda ancora, tra le sue ali, un poco dell’aria tersa e splendente della montagna più alta d’Europa.