L’AVES a salvaguardia della natura

Antincendio in Sardegna

di Mameli Paoletti

Il Centro Operativo Regionale, tramite il   Gruppo di volo “21° Orsa Maggiore” dell’Aviazione dell’Esercito, di stanza sull’aeroporto di Cagliari Elmas, ci aveva assegnato  inizialmente, al nostro giungere in quella bellissima Isola, alla base operativa di Perdasdefogu, per svolgere l’attività  di spegnimento e prevenzione degli incendi, attività che  veniva esplicata con regolarità  da diversi anni, nel periodo estivo. L’organizzazione è fatta in maniera razionale e capillare, con un dispiegamento di uomini e mezzi incredibile.  Normalmente, tutto il territorio dell’isola, è coperto da “vedette” che giorno e notte, tengono sotto controllo il territorio, con il compito di segnalare tempestivamente, ogni inizio di incendio.

Questa organizzazione è dettata dall’esigenza di poter monitorare tutto il territorio dell’isola, in maniera da intervenire tempestivamente sugli incendi che si sviluppano  a macchia di leopardo, in tutto il territorio.

Ciò nonostante, ogni anno vanno distrutti migliaia di ettari di boschi e di macchia mediterranea,  con grave danno all’habitat della fauna e della flora.

Concorrono a determinare questa situazione di costante pericolo, e di difficoltà nell’isolamento e spegnimento degli incendi stessi, alcuni fattori meteorologici ambientali, verso i quali, purtroppo, l’uomo è impotente.

Mi riferisco principalmente: alla intensità dei venti, che alimentano  la propagazione degli incendi e che ha dell’incredibile; la forte siccità che contraddistingue i mesi estivi da giugno a settembre, accompagnata da una temperatura che raramente scende sotto i venticinque gradi centigradi, ma che normalmente si attesta su valori anche superiori a quaranta gradi.

L’umidità dell’aria è normalmente molto ridotta. Come si può immaginare, questi fattori concorrono in maniera determinante allo sviluppo degli incendi.

Arrivati al   Reparto di volo di  Cagliari, dopo un lungo rapporto, nel quale ci sono state ricordate le procedure che dovevamo rispettare durante il nostro impiego, e dopo una prova di “riqualificazione” con la benna, ci hanno trasportato con un elicottero, sulla base di Perdasdefogu.

Alla Base, mi sono sentito come a casa mia, per quanto era la frequenza con la quale venivo in questo Poligono Interforze. Tutto mi era familiare, dagli alloggi ai circoli, dagli hangar alla sala operativa, dal cinema (unica distrazione, insieme alla televisione, per la gente che viveva in questa specie di cittadella in mezzo alle montagne, lontani da tutto e da tutti) al Comando. Il caldo era veramente torrido, nonostante ci trovassimo a settecento metri di quota, in uno degli innumerevoli tavolieri della Sardegna, di giorno si sfioravano i quaranta gradi, anche se nel pomeriggio, come in tutta l’Isola, si alzava il vento che riusciva a diminuire il disagio.

Il vento, se da una parte portava un po’ di ristoro, dall’altra era il massimo responsabile della propagazione degli incendi.

Il poligono si snodava, attraverso profondi canaloni, verso il mare fino alla frazione di San Lorenzo. Mentre nella parte alta la vegetazione arborea era pressoché mancante, man mano che ci avvicinavamo al mare, la macchia mediterranea e le pinete, prendevano il sopravvento; verso Nord invece, appena fuori dalla grande area del poligono (che era come un immenso tavoliere ondulato), le zone di rimboschimento della forestale regionale e i grandi boschi di lecci secolari, ricoprivano per chilometri tutte le colline che portavano fino a Lanusei e all’omonimo monte.
La prima giornata sembrava scorresse tranquilla, eravamo arrivati alle quattordici e ancora non erano stati segnalati incendi, mentre il vento aveva cominciato a soffiare, con forte intensità,  già da un’oretta.

Verso le quattordici e trenta, ci hanno comunicato da Cagliari, che era stato localizzato un focolaio di incendio fra Capo San Lorenzo e la foce del Fiume Quirra. Stava bruciando una vasta area  a macchia mediterranea,  alimentata da un forte vento, e minacciava una pineta che si trovava a poca distanza .

Siamo partiti immediatamente con l’elicottero, con a bordo la benna.
In pochi minuti siamo arrivati nella zona dell’incendio dove abbiamo immediatamente constatato che l’intensità del vento era veramente forte.

Stava bruciando, su un fronte di circa cinquecento metri, un pezzo di macchia mediterranea su un  terreno piuttosto ondulato che correva parallelamente alla linea di costa. Le fiamme si levavano alte ogni volta che prendeva fuoco qualche cespuglio più grosso o qualche pino isolato; per la rapidità con la quale venivano inceneriti, sembravano quasi  dei grossi fiammiferi.

Abbiamo attaccato la benna al gancio e siamo andati a rifornirci di acqua in un’ansa del fiume Quirra, che per fortuna aveva ancora acqua sufficiente per il “pescaggio” della benna.

La cosa più importante era quella di riversare più acqua possibile sui bordi dell’incendio in maniera da ridurre progressivamente l’ampiezza del fronte di fuoco.
Per far questo era indispensabile avere l’acqua il più possibile vicina alla fonte di fuoco e, allo stesso tempo essere nelle condizioni per potersi presentare, nel piccolo deposito di acqua, nel migliore dei modi compatibilmente con le  condizioni ambientali.
Il forte vento non ci permetteva certamente di poter andare al riempimento della benna in un assetto che non fosse frontale alla sua direzione, secondo la mia valutazione e in base anche all’indicazione dell’anemometro, valutavo che l’intensità del vento non fosse inferiore a trenta-trentacinque  nodi, con raffiche che molte volte facevano arrivare la lancetta dello strumento  vicino ai cinquanta.

Devo riconoscere che si “ballava” in maniera impressionante e, mantenere l’elicottero in assetto corretto, richiedeva un notevole dispendio di energie e un impegno tecnico notevolissimo; mi sembrava di essere ritornato sulle Alpi e di essere nelle zone dove facevamo gli atterraggi quando stavo effettuando l’addestramento in montagna con gli istruttori del C.A.L.E., nelle giornate in cui la turbolenza era così forte, che era problematico il controllo dell’elicottero.

Il mio copilota, che era un giovanissimo sergente, da poco assegnato al reparto, era preoccupato per la furia con cui il vento ci sbatacchiava, quasi fossimo un fuscello in una tempesta.

C’era da considerare che, per un pilota che  non conosce bene la Sardegna  sotto l’aspetto meteorologico e climatico, queste situazioni che nei pomeriggi estivi sono quasi la norma, sono un po’ scioccanti.

Considerata la situazione piuttosto precaria, con la possibilità di non riuscire, con un solo elicottero a circoscrivere l’incendio, ho chiamato via radio, il Centro Operativo Regionale, chiedendo l’invio immediato di un altro aeromobile. Solo se avessimo riversato, in continuazione, il liquido sulle fiamme, saremmo riusciti a “salvare” una bellissima pineta che si trovava a non più di un chilometro di distanza e che, senza un intervento massiccio e costante, avrebbe avuto  il destino segnato. Abbiamo continuato il nostro lavoro con grande impegno; intanto, per effetto della grande nube di fumo denso e acre che veniva trasportato dal vento, le forze dell’ordine avevano provveduto a interrompere la strada statale Orientale Sarda, per scongiurare incidenti che si sarebbero potuti verificare e anche perché le fiamme erano molto vicine alla sede stradale stessa; per fortuna la zona interessata all’incendio non era popolata, ne c’erano insediamenti abitativi.  Dopo circa trenta minuti, è giunto in rinforzo un elicottero proveniente dalla base di Cagliari: ricordo che era pilotato da un mio carissimo amico, il Capo Ufficio Addestramento del 21° “Orsa Maggiore”.

Con un lavoro metodico, abbiamo attaccato il fronte del fuoco sulle ali e lentamente, siamo riusciti a ridurre sempre più l’estensione delle fiamme, ovviamente questo ha comportato un impegno notevolissimo, con un grande dispendio di energie e un disagio fisico ancora più grande, fino a quando, dopo quasi due ore di intervento, aiutati anche dal personale forestale che nel frattempo era giunto nella zona, siamo riusciti a circoscrivere il vasto incendio, che di lì a poco tempo, sarebbe stato spento.
Per effetto del forte calore che si sprigionava dalla combustione, dell’aspirazione di quantità notevoli di fumo, della notevole sudorazione, i nostri fisici erano stati impegnati in maniera inusuale e la fatica cominciava a farsi sentire, ma ancor di più il desiderio di reintegrare   liquidi e  sali che erano stati “espulsi” dall’organismo, attraverso l’abbondante  sudorazione.

Siamo rientrati alla base di Perdasdefogu, al limite della disponibilità carburante, per effettuare il pieno carburante e ritornare nella zona dove intanto era rimasto l’altro elicottero.
Il caldo  era notevolissimo e la sudorazione molto abbondante, se a questo fattore climatico si aggiunge il fatto che si operava sopra le fiamme, si può avere un’idea di quanto poteva essere disagevole la condizione nella quale dovevamo operare.
Quando siamo decollati nuovamente per la zona dell’incendio, ci sentivamo pronti ad affrontare una nuova tornata di lavoro.

Con l’apporto di un solo elicottero, l’incendio si era stabilizzato, ma non si riusciva a circoscriverlo, perché mentre veniva attaccato da un lato, dall’altro poteva tranquillamente rigenerarsi per effetto del forte vento che continuava a spirare.
Come abbiamo ripreso  ad attaccarlo sui due lati estremi, in poco meno di un quarto d’ora lo abbiamo definitivamente circoscritto e indirizzata  la sua parte ancora attiva, verso gli uomini a terra, che intanto avevano preparato una linea di sbarramento con personale e autobotti.

Quando abbiamo visto che le fiamme erano definitivamente spente e, soltanto una grande quantità di fumo bianco, si alzava dal terreno, il nostro intervento poteva considerarsi concluso; abbiamo lasciato  che il personale a terra continuasse nella “bonifica” e siamo rientrati con i due elicotteri, alla Base;

Questa prima giornata di impiego, ci aveva visto subito impegnati nello spegnimento di un incendio che, pur avendo fatto molti danni, ne avrebbe sicuramente arrecati molti di più se non ci fosse stato il nostro intervento.

Di questo apporto, eravamo contenti e consapevoli di aver concorso in maniera determinante, a salvaguardare il patrimonio boschivo di questa meravigliosa Isola.
Il nostro lavoro, a favore della campagna antincendio, per il periodo nel quale saremmo stati in Sardegna, era appena iniziato; sapevamo che saremmo stati impiegati, purtroppo, molte altre volte, in questa continua e difficile lotta.

Quella notte, forse perché ero particolarmente stanco, forse perché la temperatura era elevatissima, nonostante fossimo a 700 metri di quota, ho fatto uno dei  miei soliti sogni. Dalla vicina Africa, intanto, aveva cominciato a spirare il famoso Ghibli, questo impetuoso vento che   trascinava miriadi di particelle di sabbia, rendendo irrespirabile l’aria, ci avrebbe fatto passare almeno tre giornate di caldo intenso, con la prospettiva di un lavoro straordinario.